Luci e ombre da una vita che è sogno. Su “L’oratorio della peste” di Raffaele Gorgoni


“L’oratorio della peste.” è il secondo romanzo di Raffaele Gorgoni, pubblicato dopo poco meno di due anni dal suo esordio, “Lo scriba di Casole” (sempre per i tipi di Besa Editrice). In questo nuovo romanzo, il cui sottotitolo è “Il segreto di Lecce”, la visuale si sposta, rispetto al precedente, sulla città di Lecce, che diviene il fulcro dell’intero “oratorio”, come rimarca lo stesso autore, Lecce non aveva ancora un suo romanzo, che, nelle intenzioni di Gorgoni, potrebbe essere questo. Cosa intende l’autore con questa affermazione? L’esistenza di un ‘immaginario’ letterario che va sempre più addensandosi attorno questa terra – il Salento – senza rendere conto dell’origine, se c’è stata, di un mito. Ecco quindi Raffaele Gorgoni partire da un momento ben preciso – l’anno 1656 – anno in cui la peste, dopo aver imperversato nella penisola, giunge fino alle soglie della città, che non ne viene colpita. I diversi capitoli, disposti come ‘atti’, ‘quadri’ e ‘corali’ di un ‘oratorio’, nascono per l’appunto come momenti di un dialogo corale e teatrale senza musica – così vorrebbe l’ascendenza con il genere musicale – per divenire narrazione in cui musica, suoni, colori, sono dati dalla materia linguistica assai ricca utilizzata dall’autore, in questa prova con più maestria di dosaggio rispetto al romanzo precedente. Perché la peste? La peste come regolatore sociale motivo di ripopolamento a ridosso del secolo in esame, a causa delle innumerevoli morti subite dalla popolazione nei secoli immediatamente precedenti (si contavano allora in Europa circa centomilioni di abitanti contro gli 80 del 1500). Per chi abbia letto “Lo scriba di Casole”, dove la ricerca storica e la lingua, erano fuse in un unico, che (in alcune dettagliatissime descrizioni) si sbilanciava sul prospetto del documento, ebbene, per chi abbia avuto un’impressione simile ecco che il risultato dell’Oratorio, dal punto di vista della lingua è ancora più felice, il romanzo, dopo un prologo storico nel quale l’autore apparecchia la scena del gran teatro storico, filosofico ed economico, da il seguito ad un primo capitolo dove i colori, i suoni e i sapori irrompono prepotentemente, in una tavolozza che non è dispiegata per ‘colpire’, dato che la troveremo in ogni pagina, con densità e numero di sfaccettature impressionante; non solo tramite la ricostruzione storica, ma anche grazie a questi elementi, Raffaele Gorgoni ricostruisce un’epoca. Quando la peste si arresta alle soglie della Terra d’Otranto la popolazione grida al miracolo. Ma la storia non ha oltrepassato nemmeno una cinquantina di pagine, cosa ci attende? Cosa lega le vicende di Lecce a quelle del resto d’Europa?
I personaggi di Diego, Angelina, Don Lorenzo, Don Ottavio, Don Palma, Monsignor Pappacoda, si stagliano con autonomia, soprattutto Diego, per vastità d’esperienza, oltre per il fatto di essere attore pieno e anche interprete più attento e consapevole di ciò che stiamo leggendo. Aleggia sulla narrazione l’attesa per la riunione dell’Oratorio, scena corale che muoverà e regolerà i destini dei protagonisti. C’è poi Amelia, femme savante che conosce la scherma e Cartesio, e discorre dell’horror vacui dei devoti nei confronti della rivoluzione scientifica che si sta per apparecchiare (Galileo, Torricelli, Pascal) che prima ancora è rivoluzione dei rapporti di potere.
Las Meninas – Velasquez – 1656. Il secondo atto è proprio dedicato a Diego e ai suoi viaggi e conoscenze in Europa, tra il 1647 e il 1656, Diego, “un leccese mezzo spagnolo e mezzo ebreo allevato da una vecchia cinese e da tre femmine, una francese, una tedesca e una spagnola e, per sopramercato, un vescovo. Bel futuro!”. Lo stesso protagonista, per sua ammissione, è crogiolo di razze ed estrazioni, simbolo di quel crogiolo che da secoli è stato ed è il Salento, dove è bandita, dirà un altro personaggio, ogni limpieza de sangre. In questo atto, come nel suo romanzo precedente, Raffaele Gorgoni approfitta di un itinerario nello spazio per fare compiere al lettore un viaggio nel tempo delle opere d’arte, della letteratura, dei retroscena di episodi storici cruciali, come le trattative in corso nella città di Münster. I tumulti che in quegli anni hanno visto il sollevamento del popolo, guidato da Masaniello, non arriveranno a Lecce, verranno sedati dal buon senno del Pappacoda, buon senno che ricorre come caratteristica mediatrice di questo personaggio, associabile forse a quella di un Mazzarino un po’ benevolo che tiene più alla stabilità politica di una città che alla sua ricchezza, o quanto meno che il fasto si accordi alla quiete.
Prima ancora della diffusione di una letterarietà salentina, ecco un romanzo che ne elabora una visione sistemica che non è cartolina, né immagine cristallizzata e scollegata dalla storia, a partire dalla decostruzione di miti, come quello del Barocco, che in Puglia e in Italia, parlando di Lecce, rasentano l’uso di concetti da guida turistica, e quelli soltanto. Le descrizioni della peste, così come provengono dal nord della penisola, dimostrano l’utilizzo delle fonti letterarie dirette, oltre che storie, come ad esempio il Manzoni. Il genere di partenza, quello del romanzo storico, diviene strumento per analizzare la realtà dell’oggi, sfrondandola di false sovrapposizioni, miti infondati, dicerie, turismi dell’essere, che dalla Terra d’Otranto hanno fin troppo spesso attecchito (basti pensare a quel “Castle of Otranto” di Walpole che, pur non ispirato a Otranto è libro da sempre vendutissimo in quella località), fino a quello più autorevole, quello del Barocco, nel quale l’autore riesce a trovare – con acuta osservazione su ciò che pertiene all’opera di scalpellini nel prospetto di Santa Croce – una buona dose di oscurità e tenebra che bilanciano la presenza, in questi luoghi, di così tanta luce, ben oltre alle vicende che portarono Sant’Oronzo a ‘spodestare’ Sant’Irene e divenire patrono della città. Un momento colto con maestria di narrazione, l’ultimo in cui tutta la città, insieme ai protagonisti del romanzo, al popolo e alla storia sono riusciti a specchiarsi e guardare se stessi, un’unica e un’ultima volta, come lo sguardo di Velasquez che si cattura ne Las meninas (dipinta proprio in quel 1656), che non a caso, per la sua unicità, è stato scelto da Foucault per descrivere un momento storico di transizione epistemica. Nota finale e scelta importante, quella di Raffaele Gorgoni, di dotare di un prologo ‘storico’ che consenta a chiunque di assorbire l’importanza di un anno, e di lasciare invece alle sonorità onomatopeiche di alcuni termini della lingua leccese – e non ad un glossario sterile di lemmi in ordine alfabetico – la pittura dei suoi ambienti multicolore, motivo che fa di questo romanzo il documento di un’attitudine, quella per cui si può trasmettere un dettato senza tradirlo.
Quel che ci lascia questa lettura, sta qui il merito, è la visione di un mondo, l’era è quella in cui l’Io irrompe sulla scena filosofica, questo quid composto da umori intangibili e appena accennati, sensazioni non meglio localizzate (ancora non storicamente o filologicamente localizzate) nelle opere di filosofi che aspirano alla libertà, anche religiosa degli individui. Tema che attecchisce nel racconto di quel periodo della storia di Lecce, percorsa da tutte le confessioni in quasi tutte le declinazioni che l’età moderna offriva, dall’asceta al secolare, teatini, olivetani, francescani, chiese ortodosse e bizantine, monasteri, nomi che compongono ancora oggi la storia e la geografia di una Città, qui anticipata.

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