Teo e i suoi fratelli. Divagazioni da Vito Antonio Conte


1. Dopo il suo esordio poetico (Blues delle 14.30, Luca Pensa Editore), e quasi contemporaneamente alla pubblicazione di una seconda raccolta di versi intitolata ‘Polvere di sesso’, Vito Antonio Conte ha pubblicato il suo primo romanzo, intitolato ‘L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna’.
L’esordio narrativo di Conte è misurato e gli da la possibilità di delineare e raccordare meglio le sfaccettature che compongono il suo modo di scrivere, perchè un modo, l’autore, sembra averlo individuato.
Le vicende del romanzo, ad eccezione di qualche viaggio o ricordo, sono tutte ambientate nell’Ovest salentino, un Ovest mica tanto selvaggio, abulico, sospeso tra l’incertezza dell’oggi e le mille titubanze per ciò che porterà il domani.
E’ difficile definire Teo come protagonista del romanzo, è infatti protagonista chi prende parte ad un dramma e, soprattutto, rende vive le azioni. A Teo tutto ciò non accade, la storia procede tramite accensioni e successivi spegnimenti di fuochi fatui che sfociano nelle elucubrazioni mentali di Teo. E’ bello notare, tuttavia, che tranne in alcuni passi, la prosa di Conte non sia mai ridondante, né risulti in alcun modo autocmpiacente.
Nelle sue (tre) opere l’autore mette le sue carte in tavola senza timore, le letture che lo hanno influenzato e soprattutto la musica. Già, la musica. Qui la mia lettura deraglia binario e la mia recensione cambia. Perchè? La prima volta che conobbi Vito Antonio Conte fu ad una presentazione di un mio libro, dopo aver discusso per un’ora ci furono domande dai presenti. L’argomento era Celle, la domanda che mi fece Vito era attinente al fatto che nel mio testo non ci fossero suoni, né rumori, né musica; aveva ragione. Questo aneddoto rende ragione dell’importanza che la musica ricopre nella scrittura e nell’universo conoscitivo di questo autore. Questo ‘modo’ diviene evidente nella scrittura delle recensioni e degli interventi di Conte, dove raccolte poetiche e brani di album musicali assumono il medesimo status di importanza, come è giusto che sia quando il livello degli oggetti trattati è simile per qualità. Detto semplicemente, il suo è un modo ‘immediato’ di rapportarsi alla sfera della scrittura, un modo che ricorda vagamente il gioco, un modo inconsueto, avulso da ogni accademismo; ecco perchè Vito Antonio Conte piace, con tutte le riserve ascrivibili all’esordio ed al fatto che di certo, i suoi prossimi lavori, lasceranno più spazio alla storia; piace perchè nell’attuale porzione temporale e incidentale che potrebbe cader sotto al nome di ‘produzione letteraria salentina’, Vito Antonio Conte è una delle poche voci della sua generazione (è nato nel 1961) che hanno deciso di esporsi in modo così fresco, privo di retorica, disincantato.
2. Nel parlare di queste opere traggo un bilancio circoscritto (per ampiezza temporale e di catalogo) delle pubblicazioni dell’editore Luca Pensa, approfitto di questa recensione e deraglio binario una seconda volta.Insieme a Conte, infatti, esistono altri tre autori del catalogo non ancora nutrito di questo editore, sui quali mi voglio soffermare, essi sono Agostino Casciaro, Giovanni Capodicasa e Giovanni Santese. Questi quattro autori, se si ‘esclude per includere’ Antonio Errico, rappresentano un tratto d’unione non consapevole di un ‘momento’ particolare della produzione letteraria di questa provincia/regione (il Salento).
Agostino Casciaro è maestro cartapestaio, notevole la sua capacità di sintetizzare lo ‘spirito della terra’, al di là di lusinghe e armamentari retorico ideologici che gli/ci sono totalmente estranei, il suo non è un desiderio di evocare, quanto di ‘ascoltare’ in meditazione, meditazione operativa, la natura. Ha dato vita ad una serie autoprodotta di pubblicazioni, una rivista intitolata ‘Il foglio della noce marcita’. Se si eccettua il suo ‘La notte dei miracoli’, nonostante sia presente da oramai vent’anni sulla scena dell’azione espressiva di questa regione/ragione, non aveva ancora pubblicato per un editore.
Diverso sotto questo punto di vista l’excursus di un autore come Giovanni Capodicasa. Chi abbia avuto modo di leggere tutti i suoi libri può essersi reso conto della poliedricità espressiva di quest’autore. Poliedricità così spiccata da indurre il pensiero che dietro alla sua produzione non sia rintracciabile un percorso linguistico netto di ricerca netta. Ciò è vero in parte perchè una delle caratteristiche nascoste di Gianni Capodicasa, un pregio, è proprio questo carattere anche per lui di gioco e disincanto, lo stesso che trovo in Vito Antonio Conte, il quale però si fa cogliere più facilmente dalle stasi del pensiero. Interessante è anche il percorso editoriale compiuto da Capodicasa negli ultimi anni, egli ha pubblicato per i tipi di Liberars, Acustica Edizioni, Manni Editori e Luca Pensa. Raccolte di versi (Le ali di Uriel, Liebrars), di racconti, romanzi. Indice di una predisposizione dialogica nei confronti del libro più che dell’opera, degli autori/persone ed editori/persone prima che della funzione sociale nonché economica da loro svolta sul territorio. Indice ulteriore di questo interesse è la partecipazione attiva di Gianni Capodicasa nell’organizzazione dell’annuale manifestazione ‘Città del Libro’ di Campi Salentina, città dove peraltro risiede l’autore e, parallelamente, dell’istituzione dell’Accademia Letteraria Salentina, organo per nulla accademico che raggruma intorno a sé diversi autori leccesi che, vuoi per intenzione o vuoi per congiuntura, sarebbero difficilmente ascrivibili ad altri microsistemi salentini (penso, ad esempio, a Raffaele Polo), dove microsistemi va inteso nel senso di raggruppamenti di affinità.
Giovanni Santese ha invece esordito (solamente e bene) quest’anno, con la raccolta intitolata ‘Amore lavati che ti porto a ballare’ (sempre con Luca Pensa Editore). Le sue poesie sono state e vengono spesso paragonate a quelle di Charles Bukowski, per la crudezza ed il taglio, senza ragione. Senza ragione perchè le poesie di Santese offrono uno sviluppo differente ed il paragone con il grande Chinaski rischia di apparire come una scorciatoia critica, un riferimento che somiglia più ad un riflesso condizionato sul lessico udito, piuttosto che un attento e meditato paragone. Tanto è vero che certi versi di Santese sono ancora più taglienti, e che l’amarezza ed il cinismo di Santese non sono mai deplorevoli (non che lo sia Bukowski). Per non parlare del fatto che i riferimenti e le letture di Santese sono più ‘alte’, ed egli è un attento lettore della poesia altrui, caratteristica difficilmente riscontrabile in altri autori. Il fatto è che le poesie di Santese sono i suoi racconti di vita, e che la sua sensibilità è tutta salentina. Si aggiunga la giustezza del ‘dettato’, né alto (nonostante certi temi trattati) né basso (nonostante certi vocaboli utilizzati), che fa di quest’autore un elemento di raccordo necessario, con una vena ‘materiale’ del fare versi in questa terra.
3.Questi autori, insieme ad altri, rendono la misura di un fenomeno di cui qualche critico letterario dovrà sicuramente azzardare una soluzione, per quanto riguarda la funzione di aggregazione sociale che la letterature e il fare letteratura hanno avuto nel Salento degli ultimi venti anni, cruciale sarà l’analisi delle opere scritte prima ancora del colloquio diretto con gli autori delle stesse, scripta manent. Uno studio del genere potrebbe individuare, ad esempio, il momento esatto in cui il discorso antropologico ha fatto irruzione nelle narrazioni di questa terra. L’operatività letteraria e il fare (circolare) cultura, la produzione, meritano un’analisi che abbia il coraggio di non arrestarsi anche di fronte a risultati dubbi. Ecco perchè più risalto hanno (e avranno) figure di intellettuali che all’operatività sono riuscite anche ad affiiancare buone opere (A. Verri, A. Errico, F. Tolledi, C. A. Augieri, M. Nocera) insieme a coloro che non riuscirono per tempo a dotare di un sistema la propria dirompenza espressiva (C. Ruggeri, S. Toma).
A questi nomi si aggiunga un poeta come Elio Coriano, le cui performance sono (sempre) accompagnate a veri e propri consigli, quasi esortazioni, ad aprire gli occhi nei confronti dello squallore politico del quotidiano, con un consiglio particolare ai poeti, giovani e non, di ‘andare a studiare le opere di storia e i trattati di economia’, piuttosto che le antologie, perchè uno scrittore deve conoscere il mondo che lo circonda., affinchè esso non frani in un crogiuolo insignificante di parole. Torniamo a “L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, l’occasione è stata questa, per discutere insieme a Conte di altri suoi coetanei e colleghi. L’importanza della sua opera, in questo momento, come di quella degli altri autori summenzionati, sta anche nel fatto che, in alcuni di questi lavori è resa un’immagine diversa del Salento, un’immagine che è attuale, ancorata al vissuto cittadino, con la memoria della campagna rurale. Tuttavia, ripeto, a prescindere dai mezzi espressivi dispiegati, il passaggio dalla campagna alla città è compiuto. Da loro in poi, passando da sfumature di contrasto più tenui ed emotive (V.A. Conte, A. Casciaro) fino a culmini conflittuali (Santese, Coriano), si può scrivere in maniera differente.
Questi autori sono spesso in dialogo con la città e la realtà quotidiana, eppure mai come in alcuni di essi lo stesso relazionarsi è altro rispetto ad un agire territoriale non inerte, ben localizzato e contestualizzato. Penso alla Martignano di Elio Coriano, alla Vignacastrisi di Casciaro, alla già detta Campi di Capodicasa, o alla Badisco di verriana memoria o ancora alla Copertino di Maurizio Leo (Il bardo e i Quaderni del bardo). Il non riuscire a comprendere l”attinenza’ del luogo all’autore ha in parte limitato la ricezione di questi autori da parte dell’editoria locale, con poche eccezioni, o forse la mancanza è stata semplicemente una mancanza di perlustrazione. Fortunato, nei tempi passati, un Comi, abitante di Lucugnano. Ogni paese un poeta, solo che a Maglie c’era un Toma, a Caprarica un Verri, a Copertino un Pagano, a Lucugnano un Comi, in una provincia di cento comuni che ha fatto sfiorare alla sua produzione letteraria i vertici del lirismo contemporaneo, quanto meno nella qualità dei risultati, una provincia di micro-macrosistemi letterari e artistici.
4. Cogliendo tutte le componenti (positive e negative) in questo spaccato possibile di autori così contemporanei e così diversi tra loro, soltanto in questo modo, a mio parere, si può comprendere l’importanza di un autore come Antonio Verri, nelle cui opere trovavano ottima confluenza ed equilibrio le dicotomie di spirito/materia, contemporaneo/rurale, forma classica/sperimentazione linguistica, con un anticipo di anni rispettoi ai tempi con cui questi stessi temi, senza essere accompagnati agli stessi risultati, sono comparsi nelle opere di altri autori. Da questa forbice escludo volontariamente la generazione di chi è nato tra la fine degli anni ’60 e quella degli anni ’70, e rimando ad altro o ad altri un giudizio in merito ad esperienze come quella dell’Incantiere. E rimando ad altri una attenta considerazione dei rapporti intercorsi tra l’ambito accademico universitario attorno al quale sono gravitati certi fenomeni, e l’ambito della città, della terra, ricolma di ‘accademie’ teatrali e palestre di cultura.

“L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, Luca Pensa Editore
pp. 112, ISBN 88-89267-28-3, prezzo 8€

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