“Re Kappa” su Postoristoro


Dopo la verità, il nulla
di Daniele Greco (dal blog Postoristoro)

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Re Kappa
di Luciano Pagano è un antiromanzo alla maniera dell’ “Anonimo Lombardo” di Arbasino, del “Boccalone” di Palandri o dei “Tre sistemi…” di Nicola Lagioia. Questo perché è un’opera metanarrativa che si pone l’obiettivo di investigare le possibilità coeve della scrittura romanzesca. E come ogni libro fatto di altri libri, come ogni lavoro che si porti dietro un bagaglio di concetti e riflessioni metalinguistiche – sostenuto da una scrittura, tutto sommato, robusta – finisce per essere un’opera brillante che restituisce quella verità dell’arte, che in questo caso diventa: la menzogna dell’arte. La scrittura di Pagano prova a mimare il carattere emotivo della parola parlata, ma cercando di evitare una scrittura che scada nel cicaleccio dell’oralità spinta. E ci riesce! La prosa dello scrittore leccese non ha cedimenti e si evince come egli abbia riscritto e limato l’intero suo lavoro, e, questo, a dispetto del presunto pressappochismo che egli convoglia nella figura del personaggio protagonista: ma l’autore è altra cosa. Pagano, attraverso gli espedienti narrativi legati al mondo dell’editoria, salentina e non solo, gioca con il lettore portandolo dentro un testo duplice: per certi versi divertente e avvincente, mentre, per altri versi, conduce inesorabilmente nello scadimento, nello svilimento dell’entertainment letterario, che pare l’unica forma possibile di fare letteratura, oggi.
Personaggi emblematici come Benoit e Duilio Cozzetti sembrano usciti da un fumettone trash, da un prodotto di bassissimo rango, che è appunto lo stato dell’editoria nostrana: produzione seriale di libri senza progetto alcuno, supermercato delle idee a metà tra le soffitte polverose e il macero… Ogni cosa è posta sempre, costantemente, tra la sua realtà fenomenica e il suo doppio: il finto intellettuale è anche il parvenu di provincia, l’editore illuminato è anche il massimo propalatore delle peggiori marchette hollywoodiane. Ogni elemento della narrazione – è questo il grande merito di Pagano – ha la capacità di essere fruibile a più livelli di lettura per cui l’autore vuole dirci, come fa a pagina 34, che “ci vuole un raro ascoltatore per capire cosa sia il metaromanzo a cui sto lavorando, la realtà sembra prendere la piega di un resoconto delirante, ho inventato una dimensione narrativa nella quale ci ficco dentro tutto quello che succede, stravolgendolo a tal punto che sembra di assistere al mercatino di una favoletta da quattro soldi, lì, a metà prezzo, tutta da capire all’istante, e poi invece sto raccontando tra le righe quello che accadrà nel futuro prossimo venturo, finzione di finzione”. Il futuro prossimo venturo è finzione di finzione, un po’ come nell’ “Occidente per principianti” di Lagioia, o nel “Di questa vita menzognera” del bravissimo Pino Montesano… La realtà non esiste più, ha lasciato gli ormeggi e si è gettata nel mare periglioso dell’indistinguibilità: quello per cui intere opere coeve potrebbero essere state scritte da più autori, per come si somigliano tutte, per come non apportano alcuna riscrittura immaginale dell’esistente e per come non sono altro che stanche pagine di “dolorismo giovanilista” o “apocalittiche riscritture” americanoidi.
Pagano, invece, sembra essere molto più misurato e scaltro, gioca con i mille destinatari di un’opera apertissima: della quale sarebbe già interessante valutare le differenti letture fatte, il diverso feedback instaurato coi lettori.
Benoit, Céline, Re Kappa, il manoscritto… non sono altro, allora, che l’esilissimo fil rouge di ogni opera che ambisca a una qualche unitarietà, ma in ultima analisi delineano la strada da fare, la letteratura di là da venire, il progetto sempre aperto e in continuo mutamento che tocca provare a immaginare.
Quello che sorprende, alla fine, è una cosa: riletta e corretta questa recensione ci si rende conto che le mie parole, identiche, le avrebbe potute scrivere qualsiasi altra persona: in un certo senso la mia recensione è stata scritta per intero dal libro di Pagano, senza il mio minimo apporto. Accade che, un po’ come nel finale, quando l’autore anticipa quelli che sarebbero stati i commenti successivi all’uscita del romanzo, l’atto finale del libro consista nell’inclusione del recensore entro il carrozzone, il “circo” della letteratura da asporto cui il libro è mezzo di feroce dissacrazione.
Pertanto, ingoiati dal nulla che segue la verità, scorgiamo, dietro le pagine del romanzo, una visuale radicalmente negativa del vuoto a noi circostante: un buco di morte che le parole provano a riempire, nella speranza di differire il momento in cui saremo travolti.
Ma anche dietro la negazione – l’ennesima – del romanzo, si realizza un altro passo, instancabile, della persistenza della letteratura.

(in foto Stelarc, ‘Sitting/Swaying: Event for rock suspension’, Maki Gallery, Tokyo, Japan 1980. Courtesy the artist and Sherman Galleries, Sydney)

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