basso impero


Enrico Pietrangeli
su “Basso impero” di Claudio Comandini

Questo romanzo d’esordio di Claudio Comandini è ambientato nell’hinterland di un’ ex provincia ormai logora di troppi eventi o, altrimenti, svanita tra ricordi di dolce vita. Nel cuore di quello che un tempo fu, nonostante tutto, anche impero, si anima, accanita e puntuale, una penna (o tastiera che si voglia) pronta a scandagliare ricercando ogni possibile riferimento ormai inesistente nel suo essere licenziosa e irriverente. Una scrittura canalizzata in un fondo, quello di un Basso Impero che, attraverso secoli ricolmi d’intrighi e cortigiane, si avvicenda ancora, longevo e implacabile, espletandosi in tutto il suo più infimo degrado. Siamo agli sgoccioli del Novecento, corre l’anno 1994 e l’Italia conosce il suo primo governo Berlusconi. Comandini, per l’occasione, trova due date intense ed evocative per meglio rimarcare la sua narrazione, quella del 25 aprile e quella dell’ 8 settembre: dalla liberazione all’armistizio. Con questa stessa sequenza, traccia principio ed epilogo di tutti gli accadimenti che si susseguono nel suo libro. Sono eventi racchiusi in un diacronico accavallarsi di sequenze che imperversano, ma non a caso, rappresentando una stagione rissosa, persino dolorosa e nondimeno provocatoriamente spassosa. Sono mutamenti che toccano anche luoghi disconnessi nella memoria, davanti una televisione spenta che parla e un calendario senza giorni penzolante sul muro. C’è un bar che anima il tutto insieme alla piccola comunità che vi bivacca intorno. Dentro ci scorrono i personaggi del luogo, con le loro singolari vicissitudini, che si alternano in un comune vivere divenuto inconsulto. Ci sono Ludovico, Porkospin, Cecco lo sciamano, il grande amico Eugenio e le “femmine” che, sebbene qui vengano meno come tematica portante, prendono qua e là il sopravvento, fino ad occupare letteralmente un’intera pagina attraverso i loro attributi più intimi. Attributi dove lasciarsi andare in elucubrazioni mitologico-filosofiche con voluttuosità canzonatorie; cavalcare ardite fantasie per stordirsi nell’esperienza e galoppare, dopotutto, sul “fondo”. Bukowski che fa capolino, ma qui abbondano anche androgeni transessuali. L’amore c’è, mai scritto maiuscolo eppure totale ed incondizionato: è quello sentito per Serena. Ishtar è la loro gatta invalida, trovata in fin di vita, dentro un cassonetto dei rifiuti, sarà lei la loro complice e più diretta testimone. In questo “basso impero dove solo i servi hanno potere” compare, in primis, Jim Morrison, ci parla in greco e scivola sulle labbra “aspirapolvere” delle ragazze “crickcrock”. Mito e mercato post mortem non potevano tralasciare Kubain coinvolgendo persino Hegel ne “l’effettualità come criterio decisivo del farsi della realtà”. Un Basso Impero “maionese globale” dove The end è “l’unica canzone dei Doors da non sembrare datata”, “uovo del mondo alla fase terminale” con qualche turbato sorriso acceso sulle note di On the Sunday of Life dei Porcupine Three o Sunday morning dei Velvet. Stile fluido e intenso, fortemente intellettualistico nel suo essere triviale, ma che non rinuncia a calarsi nel gergo del mondo di cui, in fin dei conti, è parte: “a uno scudo dal collasso”. Tanta foga, rabbia, denuncia, tanto passato prossimo ancora da archiviare, che pulsa di armonioso disordine, materia viva e ancora tutta da plasmare, così scorrono i tanti aneddoti descritti da Comandini. Storia, oltre storielle e inferni personali che si aprono tra chiassosi echi delle risa di amici; fantasmi che, puntualmente, ritornano. La strage di Bologna, in questo libro, potrebbe rappresentare un comune nodo per tutto, tanto nel personale del protagonista quanto nelle più pubbliche faccende di questo paese. La memoria intanto corre, ritorna in Grecia, ai viaggi con Serena e i ricordi di scuola. Tragedia e piacere s’incontrano. Un’amara casualità è quella della notizia dell’attentato sopraggiunta sul primo acerbo piacere di un’eiaculazione, nella più aspra, pungente e vitale poesia adolescenziale.

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