La memoria di Adriano. Contro Giuliano.


Il titolo del libro di Adriano Sofri, “Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto” (uscito per i tipi di Sellerio), ha un sapore vagamente evocativo che fa venire in mente i dialoghi platonici (“Conversazione platonica” è il titolo del quadro di Felice Casorati scelto per la copertina del libro) oppure le opere apologetiche scritte nell’epoca del primo cristianesimo, a sostegno o confutazione della novità religiosa che aveva fatto irruzione nell’Impero Romano. La novità di oggi ha un altro nome, l’attrice Paola Cortellesi ne aveva bene individuato le avvisaglie in un recente sketch nel quale l’Italia viene presentato come il paese dove tutto può essere sottoposto a revisione (“Riparliamone”). Quello che a prima vista può sembrare un instant-book sul tema dell’aborto – il “Giuliano” in questione è chiaramente Giuliano Ferrara – si rivela invece essere il contenitore delle interessanti e decennali riflessioni sul tema dell’aborto, decennali perché Sofri ripercorre un dibattito che inizia prima del ’78, anno di approvazione della legge 194. Adriano è amico di Giuliano, un’amicizia difficile e competitiva perché giocata sul terreno di differenze radicali per quanto riguarda le posizioni teoriche e pratiche sui più importanti temi dell’attualità e della politica. Ciò nonostante il testo non fa suoi gli accesi toni della polemica, in esso viene descritta la parabola del movimento antiabortista di Ferrara, che all’indomani dell’approvazione da parte dell’ONU della moratoria sulla pena capitale, ha fatto suo il concetto di moratoria, ribaltandolo nello slogan metaforico di ‘moratoria sull’aborto’. Ecco, questo pensiero secondo l’autore del pamphlet in oggetto è viziato all’origine per più di un motivo. Tanto per cominciare non si può paragonare l’aborto alla pena capitale. Una legge che vieti alla donna di abortire e persegua penalmente chi la aiuta non farebbe altro che sancire un’appropriazione, una vera e propria assimilazione della medesima nel corpo sociale, niente di meno che un’espropriazione della donna da sé; il divieto di abortire sarebbe in ciò paragonabile al divieto del suicidio. L’espropriazione del corpo a favore dello Stato, tuttavia, è proprio ciò che avviene nella pena capitale. Giuliano Ferrara ha avuto la scaltrezza di trasformare in crociata ciò che era sotto gli occhi di molti. È interessante l’atteggiamento adottato da Adriano Sofri che anziché porre le basi per una anti-crociata nei confronti del direttore del “Foglio”, preferisce affidarsi a una decostruzione attenta di tutte le ragioni presentate da Ferrara. Nel testo trovano spazio le fonti e gli articoli a sostegno delle tesi antiabortiste, compreso l’articolo forse più strumentalizzato, il noto intervento di Pier Paolo Pasolini (“Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti”, oggi in Scritti Corsari), ripresentato sul “Foglio” travisando le intenzioni, oltre che il titolo, dell’autore di “Petrolio”, che non era contro l’aborto e anzi voleva affermare una rivisitazione dei modi di comunicare la sessualità, meno chiusa, meno colpevole, con l’alternativa paradossale di non procreare qualora il coito non potesse reinventarsi in amore. Quello che si prova leggendo il testo di Sofri è un forte senso di impotenza qualora ci si debba (da uomini) mettere nei panni della donna che abortisce, strumentalizzata per eccezione, descritta nelle pagine dedicate alla viltà dell’uomo che la abbandona. Quello che non è cambiato e che deve cambiare è l’atteggiamento di fuga. “Contro Giuliano” è un testo che serve a fare chiarezza su una questione, sia che la nostra opinione sia affidata a una parte piuttosto che a un’altra. L’idea proposta da Giuliano Ferrara non è collegata a un movimento di opinione – nulla a che vedere con le raccolte di firme cui possono ricorrere i cittadini come mezzo per chiedere un referendum – ma a un partito in corsa nelle elezioni di aprile, il che rende gli argomenti ‘politici’ in modo inevitabile, basti pensare che il primo ‘scossone’ del precedente governo si ebbe proprio sulla questione delle coppie di fatto. “La politica ha a che fare col potere, e il potere ha a che fare coi corpi e con la sessualità”, è riassunto in questa frase un pensiero di Sofri che viene proprio dagli anni settanta, dalle cattedre francesi e da pensatori come Michel Foucault. Viene riconosciuto a Giuliano Ferrara, seppure per una causa contraria a quella sostenuta da “Contro Giuliano”, l’aver sollevato problematiche che altrimenti rischiavano di restare limitate in una zona d’ombra, tra il tacitamente riconosciuto e il non espressamente detto. C’è ad esempio il problema dei medici obiettori di coscienza, che lavorando a stretto contatto dei pazienti e in aziende sanitarie pubbliche, spesso negano la somministrazione della RU486 (la cosiddetta pillola del giorno dopo), oppure non permettono di esercitare la libera possibilità di scegliere l’aborto da parte di chi, tra tutte, è la prima interessata, cioè la madre, verso cui per tutta lettura di questo testo traspare un profondo rispetto.
La donna resta il centro delle questioni sollevate, e non la semplice periferia di un embrione. Troppo spesso, questo è uno dei pensieri ricorrenti del libro, il destino della donna è affidato agli uomini, quando invece, come pone Adriano Sofri in chiusura di questo libro, “dal punto di vista delle sue speranze, il mondo dovrebbe mettersi ad aspettare la salvezza dalla nascita di una bambina. Una qualunque”.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
il 26 marzo 2008

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