Che Liberazione!


Quando il biologo e premio Nobel per la medicina Jacques Monod, nel suo “Caso e necessità”, si chiedeva quali erano le caratteristiche che un extraterrestre avrebbe potuto individuare, una volta sceso sul nostro pianeta, per capire se questo fosse popolato o meno da organismi progrediti, la risposta era semplice: simmetria e ordine. L’omogeneità dell’espressione e la simmetria delle forme sono le caratteristiche che distinguono il caos dalla necessità. Che cosa direbbe allora oggi il “marziano a Roma”, reso celebre da uno degli scritti più sferzanti di Ennio Flaiano, se una volta sbarcato sulla terra fosse chiamato a rintracciare un’opinione unanime sul significato della Liberazione? Prima della Seconda Repubblica esisteva la ‘scissione’, ereditata come retaggio dalla Guerra Fredda e un po’ figlia di un manicheismo popolare di matrice cattolica, che voleva vedere a tutti i costi schieramenti divisi, centralisti e federalisti, antifascisti e neofascisti e così discorrendo. Il panorama di oggi è cambiato e il fenomeno a cui assistiamo da diversi anni rischia di presentare agli italiani prima e all’Estero poi, l’immagine di un paese schizofrenico, dove non sono due le anime che lottano per la rivendicazione degli ideali di lotta dell’antifascismo, bensì mille, come le sfaccettature caratteriali di un soggetto schizofrenico. Malgrado oggi per la prima volta da sempre in parlamento siedano due schieramenti contrapposti ciò che invece accade è che una festa nazionale come la “Festa della Liberazione” venga categoricamente rimessa in discussione e dove, per fare un esempio, chi vuole festeggiare il venticinque aprile venga bollato dalla stampa de “Il Giornale” (proprietario della testata: Paolo Berlusconi) come “irriducibile”, quasi che si trattasse dell’appartenente a una frangia impopolare che annidiata come una larva nel tessuto connettivo del paese. Questa nuova destra è molto saggia nell’utilizzo dell’informazione, sa bene come trasformare il “popolare” in impopolare e oltraggioso, nello stretto giro di una giostra, da un giorno con l’altro. Allo stesso modo che i suoi opinionisti televisivi peggiori, basti pensare a un Paolo Del Debbio, sanno come agitare il fantasma giusto al momento giusto, tutto si fa spettro. E pensare che la canzone che Antonello Venditti dedicava alla Liberazione rappresentava l’esatto contrario, con una solare immagine “Ma che bella giornata di sole/Quanta gente per le strade muore/Quanti treni alla stazione/Ma per tornare a casa/E la chiamano liberazione/Questa giornata senza morti/Questo profumo di limoni/Dalle finestre aperte”.
A tal proposito la ricorrenza del 25 aprile costituisce un’occasione utile per ‘resettare’ i termini di una contesa che si pretende come attualissima. Umberto Bossi, leader (non ancora uscente) della Lega Nord, fu Lega Lombarda (i graffitari padani sui muri firmavano “LL”), è oggi candidato a ricoprire una delle cariche più importanti del nostro paese, con molta probabilità andrà a sedersi sulla poltrona di quel Ministero delle Riforme, tanto strategico per far procedere le istanze di federalismo cui si rifa il progetto politico della Lega. Ebbene, quest’anno dovremmo attenderci l’ennesimo Giuramento di Pontida? E assieme a quello, dovremo attenderci il tanto coreografico ‘prelevamento’ dell’ennesima ampolla d’acqua dalle sorgenti del Po, sul Monviso? Temo proprio di sì: in tal caso per il 15 settembre (Giorno della Proclamazione di Indipendenza della Padania) vi suggerisco di preparare gli scarponi da trekking, quando questa ricorrenza sarà resa ‘nazionale’ è probabile che i pulmini diretti a San Giovanni Rotondo vengano dirottati direttamente in Piemonte. Temo che Umberto Bossi non avrà la stessa accortezza politica – a prescindere che abbia pagato o meno in termini di voti – di un Fausto Bertinotti, quella cioè di non scendere in piazza per via del rispetto alla carica di Presidente della Camera che ricopriva. Ma l’Italia schizofrenica non si ferma qui. Quello che è in atto da diverso tempo è un vero e proprio processo di rivisitazione storica di quelli che sono stati i fatti della Resistenza, occorsi in quel torbido periodo storico che va dall’8 settembre del 1943 e che si conclude con il mese di aprile, culminando nella data del 25 aprile. Da ogni parte in Europa il 25 aprile è sinonimo di Liberazione, meno che mai di Revisione. Nel nostro paese, invece, c’è chi confonde sempre più spesso il rispetto della Memoria con il rispetto del “cadavere”: se la guerra è cosa esecrabile, non c’è niente di peggio di un conflitto civile che vede armati gli uni contro gli altri cittadini di una stessa nazione, duole precisare tuttavia che al momento in cui questi cittadini si portavano la guerra, dopo l’8 settembre, l’Italia era tutto tranne una Repubblica, cosa resa possibile soltanto all’indomani della Liberazione. Fanno sorridere a tal proposito i richiami di certi esponenti della Lega a un presupposto ‘dna’ celtico, proprio loro che considerano Italia soltanto ciò che si situa al di là (per noi) e al di “qua” per loro, della Linea Gotica; possono dire di essere cambiati, basta sentire i discorsi dei loro esponenti quando sono ‘a casa’ per vedere che la loro anima è sempreverde, evergreen. La Seconda Guerra Mondiale ha condotto il nostro paese allo stremo delle forze e l’alleanza passiva di Mussolini alla Germania nazista hanno portato il nostro paese alla guerra civile. All’indomani della Conferenza di Yalta (febbraio 1945) si assistette a una divisione netta del mondo, che dal punto di vista militare risultava diviso in due blocchi contrapposti. Quello che è accaduto nel nostro paese tra il 1943 e il 1945 sembra andare a costituire una terra di nessuno ideologica dove ogni schieramento sembra voler raccogliere per proprio interesse ciò che è stato seminato con il sangue. E allora, cosa dire del sindaco di Alghero, che ‘rischia’ di ricevere una medaglia per il suo divieto di intonare “Bella ciao” nei cortei? Non si tratta di uno scherzo, non è escluso che “le forze dell’ordine possano intervenire”, a detta del proditorio primo cittadino, se qualche dispettoso dell’ordine pubblico avrà l’ardire di alzare il pugno sinistro. Duole ricordare che è del 20 giugno del 1952 la Legge Scelba che sancisce il reato di apologia del fascismo. Sono moltissimi gli esponenti della destra che colgono l’occasione del 25 aprile per ribadire la loro distanza da questa festa, che per loro non ha nulla di ‘nazionale’.
Libertà, Sinistra e Comunismo sono le tre parole più pronunciate da Silvio Berlusconi, non soltanto durante la campagna elettorale, questo lo sanno tutti. A quando quindi una legge che in piena par condicio non possa sancire, una volta per tutte, il reato di “apologia del comunismo”? Approfittiamo di oggi per pensare a ciò che ci circonda, per aprire i libri di storia, per illustrare agli amici, ai figli e ad ‘alcuni’ genitori ciò che è stato, chiedete ai vostri nonni quante volte mangiavano in un giorno, negli Anni Trenta. Anche a questo servono le ferite, per quanto provenienti da un trauma doloroso, per ricordare. Se quel periodo storico, come vuole la Destra, fosse archiviato e sepolto, e quindi ritrattabile, non si spiegherebbe il fiorire di manifesti che puntualmente verranno attaccati sui muri di diverse città italiane nella giornata del 28 aprile in ricordo della morte dello Statista Benito Mussolini; accade anche a Lecce, ed è giusto che sia così perché è Memoria, è Democrazia, è Repubblica, in una parola: Liberazione, una festività che fa bene a tutti, anche a chi la avversa.

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