Venerdì 14 ottobre ore 19.30 – “Nefrhotel – Mi hanno venduto un rene” di Giuseppe Cristaldi alla Libreria Volta lacarta di Calimera (LE)


Nefrhotel – Mi hanno venduto un rene di Giuseppe Cristaldi
(Promo Music)

Venerdì 14 ottobre 2011 ore 19,30

Libreria Voltalacarta – via atene, 39 Calimera (le)

Introduce Stefano Donno

Kamal è un ragazzino nepalese, orfano, naufrago nella miseria, eppure appartenente all’alta casta dei Newari, la casta egemone a Kathmandu, culla floreale dell’omertà. È innamorato di Buddha, il cui nome egli pronuncia per allontanare la paura mentre si sciacqua nelle pozzanghere o durante le meditazioni del nonno sciamano. Come tutti i suoi coetanei carezza il sogno di una vita, ma a differenza di essi sacrifica il corpo per realizzarlo: svende un rene ai trafficanti di organi che operano tra Oriente e Occidente. È una piaga di inaudite proporzioni che contrasta la diffusa spiritualità orientale, una dualità spirito/macelleria che si ripete in tutto lo sfogo di Kamal. È un vomito silente che scorre nel cinismo dei turisti sui risciò, nelle mani dei medici collusi con le organizzazioni dedite alla mercificazione delle vite, nella violenza e nello schiavismo perpetrati sui minori. Un vomito che rifluisce intorno ai bordi della vergogna e della rabbia, in cui a sopravvivere resta solo il sentimento improvviso della pietà come una reincarnazione nel futuro.

“Dormi dormi piccolo re non lottare ti terrò con me, è troppo tardi per scappare o per accendere la luce, viene un drago già lo sento, chiudi gli occhi non c’è tempo…”. Suppura. Mi capite mò? Suppura è come l’incazzatura di un vocabolario divaricato, o come la mia ascella quando, presa dal nervoso, appunto, suppura. Perde pus dottò, che mi fate quella faccia, perde pus come se sudasse o piangesse, fate voi. Sì, vabbè, sotto l’ombelico pure, sembra quasi il piagnisteo del ventre, specie d’estate quando piego l’addome per la fatica o quando a riposo canto la ninna nanna a queste quattro ossa bambine. Dottò, non cominciate con questa ritrosìa, questa ginnastica dei palmi che se ne vanno indietro come se non sapessero della cicatrice, non eravate voi che con gli stessi palmi facevate la perlustrazione dentro questo corpo piccolo piccolo come una moneta falsa? Ora venite qui accanto, vi prego, sedete su questo stesso legno tarlato, che voglio raccontarvi un sogno manomesso, un sogno abortito, ma con stile, con fantasia quasi, coll’azzurro. L’altro giorno, quando sono arrivati quelli, m’è salito l’ansimo sulle punte dei capelli, perché con le armi non è che ci si possa giocare a shanghai. Un individuo di fronte a un’arma cerca spasmodicamente uno stato di colpevolezza, pur non avendolo, un individuo di fronte a un’arma si predispone come fottuto, reo. Sputavo fiato a manetta, e mentre un fucile mi cercava le interiora – pure quello mancava! – mi chiedevo quali altre colpe avessi in grembo oltre a quella pecca che voi conoscete dottò. A pensarci col cervello fuori dal cranio, quella maledetta paura me l’avete iniettata voi e la vostra organizzazione, ma vabbè, mi sto zitto, come comandate. Sì, perché comandate ancora, non cercate di dissuadermi da questa convinzione, voi comandate ancora tutti i girotondi dei miei sogni mozzati, proprio tutti; potete anche usare lo stetoscopio: la membrana posizionata in una qualsiasi parte di questo scheletro imbottito risponderà col suono di un dolore arcano, lacerante, un dolore che violenta tutto un albero genealogico, tutta una storia che si riduce alla meditazione, allo spirito, affinché un Dio nasconda per bene l’inghippo del traffico. Uno dei tanti qui, posti alla vetrina dei turisti.”

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