Il futuro è servito, se volete. Firmato Philip K. Dick


Il futuro è servito, se volete.
Firmato Philip K. Dick.

“La cosiddetta «esistenza privata» non è tuttavia ancora l’esser-uomo essenziale, cioè libero. Essa si irrigidisce semplicemente nella negazione della dimensione pubblica, rimane una propaggine da essa dipendente e si nutre del mero ritiro dall’ambito pubblico. Tale esistenza testimonia così, contro la propria volontà, l’asservimento alla dimensione pubblica. Questa, a sua volta, è l’istituzione e l’autorizzazione che, in quanto derivanti dal dominio della soggettività, sono condizionate dalla metafisica. Questa è la ragione per cui il linguaggio cade al servizio della funzione mediatrice delle vie di comunicazione per le quali l’oggettivazione, come uniforme accessibilità di tutto a tutti, si estende in spregio a ogni limite. Così il linguaggio cade sotto la dittatura della dimensione pubblica.”
[Martin Heidegger, Lettera sull'«umanismo», 1976]

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”
[Samuel Beckett, Worstward Ho, 1983]

[1]

La fortuna critica di Philip K. Dick, in Italia, è affidata da diversi anni all’edizione completa delle sue opere, pubblicata dalla Fanucci Editore. A ciò si può aggiungere, come passepartout, un libro fondamentale per chiunque voglia confrontarsi con la sterminata e variegata produzione dickiana, ovvero sia “Philip K. Dick, la macchina della paranoia”, edito nel 2006 da Agenzia X (ISBN 88-95029-09-7), scritto a quattro mani da Antonio Caronia e Domenico Gallo; una vera e propria “Dickipedia” dedicata a questo grande autore. Di recente Minimum Fax ha pubblicato un libro di Jonathan Lethem, intitolato “Crazy friend. Io e Philip K. Dick”, nel quale l’autore americano si addentra nei meandri più bui della vita di questo genio del secolo scorso, del quale Lethem è un vero e proprio divulgatore.
Philip K. Dick è un autore che dal nostro passato prossimo ha saputo regalarci visioni nitidissime del nostro futuro remoto. Non è un caso se in anticipo sulla fortuna letteraria (almeno così in Italia purtroppo) la conoscenza presso il grande pubblico del suo nome è passata attraverso la “macchina della paranoia” della cinematografia.

Nel 1989, Gianni Pilo, uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica, introducendo il volume di racconti “I difensori della terra”, non celava un certo entusiasmo per il fatto che tra il 1982 e il 1990, in così pochi anni (!), fossero stati tratti ben due film di un certo rilievo da racconti di Philip K. Dick, ovvero sia “Blade Runner”, con Harrison Ford e “Atto di forza”, di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger.

Vale la pena di citare un frammento dell’introduzione di Pilo: “La prima domanda che sorge spontanea a chiunque, è come mai, a così breve distanza dall’uscita di un film tratto da uno scritto di Dick, ce ne sia stato subito un altro. Anche se, come già detto in precedenza, vi era stato un notevole consenso su BLADE RUNNER, non per questo era assiomatico che si dovesse a così breve distanza ritentare la ventura con un nuovo lungometraggio dello stesso autore. Si poteva infatti correre il rischio di una «saturazione» da parte degli spettatori, di una ripetizione di tematiche molto simili, od anche di una non troppo felice insistenza su un genere che, essendo molto particolare, si sarebbe potuto rivelare addirittura controproducente”.
Rileggere questo testo oggi, a distanza di soli venti anni dagli anni novanta, fa quasi sorridere, Pilo infatti si poneva addirittura il pericolo di una ‘saturazione’. Il tempo recente ha dimostrato il contrario in termini di ‘proliferazione’, per quanto riguarda le opere più note e meno note tratte da soggetti ispirati ai romanzi e – soprattutto – ai racconti di Philip K Dick.

Bastano pochi titoli perché chiunque, anche il lettore o il cinefilo più sprovveduto, si accorga di quando il nostro immaginario sia stato permeato, negli ultimi trenta anni, dalle visioni di Philip K. Dick.
Il già citato “Blade Runner” è di sicuro il più conosciuto, il primo, di Ridley Scott, ispirato al racconto “Il cacciatore di androidi” (“Do Androids Dream of Electric Sheep?”), scritto nel 1968 e ambientato nel 1992. “Blade Runner” ha influenzato il costume e il nostro modo di immaginare il futuro fino ai giorni nostri, basti pensare – in letteratura – all’importanza che questo scrittore e queste visioni hanno avuto sui nostri autori. Citiamo a proposito “M”, esordio di Tommaso Pincio pubblicato nel 2000 dalla casa editrice Cronopio, un’opera ricca di rimandi a Philip K. Dick, dove i misteriosi ‘stencil’, personaggi ideati dallo scrittore italiano, sono molto simili ai ‘replicanti’ di Blade Runner; tutto il romanzo è intessuto di citazioni allo scrittore americano. Poi c’è “Minority Report”, la pellicola che Steven Spielberg diresse ispirandosi al racconto “Rapporto di minoranza”, in Italia edito in raccolta nel 2002, sempre da Fanucci.

Ma il più onirico e bello di tutti – a mio parere un autentico capolavoro – è sicuramente “A Scanner Darkly” (1977), tradotto in italiano con il titolo “Un oscuro scrutare”. La pellicola omonima, diretta da Richard Linklater nel 2006, rende visionariamente merito a quello che è uno dei racconti più intensi che siano mai stati scritti sul tema della tossicodipendenza. Il cast, nel quale compaiono attori del calibro di Keanu Reeves, Winona Rider, Robert Downey Jr. e Woody Harrelson, lo trasforma in un vero e proprio classico della cinematografia recente. Tutta la pellicola è girata con la tecnica di ‘live action’ sulla quale sono stati effettuati ritocchi di animazione grafica digitale, i dettagli sono stati poi dipinti in acquerello sui fotogrammi.

Ma veniamo alla disanima della trasposizione più recente di una storia di Philip K. Dick. Nelle sale americane il 4 marzo scorso è uscito “The Adjustment Bureau”, pellicola che vedremo in Italia dal 27 maggio, tradotta con il titolo “I guardiani del destino”. Si tratta dell’ultima trasposizione cinematografica di un soggetto ispirato a un racconto di Philip K. Dick (scritto nel 1954) che punta sui volti e sulle doti di Matt Damon e Emily Blunt per raccontarci cosa accade agli uomini che prendono coscienza del proprio destino.
“The Adjustment Bureau” si trova a fare i conti con una bibliografia e una filmografia che cominciano a essere interessanti e imbarazzanti allo stesso tempo, data la bravura e gli esiti dei prodotti fin qui menzionati. A ciò si aggiunga il grande successo che l’anno scorso ha raccolto una pellicola come “Inception” di Christopher Nolan, con la quale il regista di “The Adjustment Bureau”, George Nolfi, ha fatto certamente fatto i conti in termini di tematica, fotografia, e colonna sonora. Anche qui una delle tematiche dominanti è la consapevolezza del protagonista di vivere in un mondo nel quale il ruolo della volontà personale e del libero arbitrio sono cruciali.
Il risultato è riuscitissimo. Le atmosfere evocate ci fanno muovere nella cupezza di una contemporaneità che cede poco spazio al sole.

[2]

La storia è avvincente. David (Dave) Norris è l’astro nascente della politica americana, candidato a diventare il più giovane Governatore dello Stato di New York fin dal primo minuto della pellicola, che seguiamo con un crescendo di musica, strette di mano, sorrisi. La sua campagna elettorale è una corsa, rapida come la scarica sul rullante di una batteria, fino al culmine, il giorno delle elezioni, nel quale un giornale pubblica una storia e una foto compromettenti che arrestano inesorabilmente l’ascesa di Norris. Sono minuti di tensione quelli che vanno dal mattino fino al tardo pomeriggio, nel quale Norris attende il verdetto delle urne, infame, nell’albergo che ospita la sua convention. Pochi passaggi per capire che attorno a Dave Norris si muove qualcosa di più grande. Tanto per cominciare ci sono quattro loschi figuri in abito nero che sul classico terrazzo del ‘building’ newyorkese, sotto un cielo plumbeo, si scambiano rapide battute. “Qualcosa deve andare male, così Norris potrà andare in vacanza, tutti hanno bisogno di una vacanza, anche noi”, dice il più vecchio dei quattro. Uno di loro, il ragazzo di colore che è il più giovane, sembra pedinare Norris in ogni sua mossa. Gli è sempre vicino. Non si tratta di un’impressione, è proprio così. Quando Dave Norris è in attesa che la sua carriera politica finisca prima ancora di incominciare, nell’albergo, va in bagno. Matt Damon entra chiede se c’è qualcuno, non c’è nessuno. Il giovane di belle speranze resta in quel bagno come un pugile sconfitto resterebbe nello spogliatoio a ripensare qual’è il colpo che lo ha fatto perdere. Improvvisamente si sente una voce accompagnata a una ragazza stupenda (Elise/Emily Blunt) che esce da uno dei bagni e si presenta, tra i due scorre elettricità dal primo istante, si baciano. Il loro bacio viene subito interrotto dall’arrivo di uno dei collaboratori di Norris, lei deve scappare.

Norris fa un discorso importante, prende una delle sue scarpe in mano e dice una frase importante, “quando sarò caduto vi accorgerete di come sono fatto dalla prima cosa che farò appena mi sarò rialzato in piedi”, un discorso di quelli che fanno breccia nel cuore, un esempio tutto americano di come si possa cercare una resurrezione dalla sconfitta. Due anni in particolare, nella storia recente del mondo, il 2001 e il 2007, hanno insegnato agli Stati Uniti che soltanto toccando il fondo si può provare un po’ di ammirazione in più per quel sole che splende sulle nostre teste. Fatto sta che questa ‘resurrezione’ così attesa e predicata nella recente mitografia cinematografica d’oltreoceano sembra tardare, lo dimostra il proliferare di pellicole ispirate alla distruzione del mondo da parte di un elemento ineluttabile come gli alieni, a sua volta speculare di quell’inno tutto americano che era “Independence Day”. Gli alieni di oggi e dell’immediato domani, nei film degli USA, vengono soltanto per distruggere e radere al suolo il pianeta.

Il giorno dopo la sconfitta Norris è tornato un uomo qualsiasi, va a lavoro, incrocia la gente per strada, fa battute. La sera prima i due loschi figuri in nero, quello anziano e quello che segue Norris fin dall’inizio, si salutano su una panchina. Il giovane si addormenta. Quando Norris prende l’autobus per andare al lavoro è troppo tardi, insegue il mezzo ma lo perde. L’uomo che pedina Norris come un agente ha un taccuino nero, una moleskine in formato A5 che legge sempre con attenzione, anche se a noi non è dato di vedere che cosa ci sia scritto. Qualcosa sta accadendo, il presente sta cambiando. Il pedinatore corre dietro al bus. Nel frattempo Norris, nell’autobus stipato di persone vede l’unico posto libero e si siede al fianco di una ragazza. Si tratta della stessa ragazza incontrata il giorno prima, Elise/Blunt. Il pedinatore mentre i due nell’autobus continuano il loro flirt cerca di raggiungerli senza farcela, viene investito da un taxi. Lui non si fa nulla, i suoi oggetti, taccuino compreso, saltano per aria. Finalmente possiamo vedere quel taccuino dove una traccia nera marcata cambia a seconda delle cose che accadono, si tratta di un percorso mutevole che cambia insieme ad altri percorsi. Due punti sul percorso viaggiano uniti, si dividono, si uniscono di nuovo. Le tracce sulla carta lampeggiano allo stesso modo di come potrebbe lampeggiare il segnale di errore su uno schermo. Ognuno di noi è rappresentato da un puntino nero che si muove nel percorso del suo piano, ‘the plan’. I puntini di Dave e Elise non potranno mai essere vicini, sono destinati a non incontrarsi mai. La dimensione fantastica irrompe così nella storia.

Dave Norris dopo essersi scambiato il numero con la misteriosa ragazza arriva nell’ufficio dove lavora. Dopo essere entrato nel palazzo come se niente fosse, saluta chi trova in ufficio e passando avanti, senza accorgersi che le prime persone che incontra sono immobili come statue, entra nella sala riunioni e si trova davanti a una scena incredibile. I suoi colleghi sono in piedi, immobili, nella stanza; alcuni uomini, vestiti da disinfestatori (i disinfestatori indossano una tuta nera simile a una tuta antisommossa), stanno controllando con apparecchiature e detector le persone; in fondo alla stanza ci sono i loschi figuri di prima, vestiti uguali ma senza giacca, come colti in un momento del loro lavoro di routine. Norris capisce che c’è qualcosa che non va e fugge. La scena da questo momento in poi è molto simile a quella presente nel primo Matrix, quando Mr. Smith e i suoi scagnozzi corrono dietro a Mr. Anderson/Keanu Revees nel palazzo degli uffici dove lui lavora. La differenza è che l’atmosfera è molto più cupa e temibile rispetto al succitato Matrix, cosa abbastanza difficile da immaginare ma molto riuscita in questa pellicola. Norris nonostante i tentativi di fuga viene catturato e narcotizzato. Si risveglia in un capannone anonimo. Qualche piccolo elemento lo orecchiamo a distanza, come ad esempio i borbottii del capo del Bureau, o il fatto che il giovane pedinatore di colore si addormenti sulla panchina e gli sfugga la missione di mano. Tutto ci fa trapelare l’originale dickiano, con quello spirito di aleatorietà e imperfezione nella perfezione che rende umano e soggetto a errore perfino l’Adjustment Bureau.

Dave Norris si risveglia legato a una sedia. Dietro di lui i loschi figuri in abito elegante confabulano osservando il taccuino, cercandosi di spiegare che cosa è andato storto. Norris chiede chi siano, “Noi siamo quelli che fanno in modo che tutto ciò che tu fai si accordi al piano”. Ci capita nella vita di ogni giorno di perdere un autobus, che un caffè ci cada per terra, che qualcosa ci costringa a fare qualcosa di diverso da ciò che avevamo preventivato. Si tratta di semplici ‘ricalibrazioni’ di eventi che fanno in modo che tutto accada come deve accadere, ‘according to a plan’, un disegno che è già scritto e che seguiamo in modo inconsapevole. Se Dave Norris non fosse andato contro il ‘piano’ e non avesse preso l’autobus non sarebbe arrivato in ufficio con tre minuti di anticipo e non si sarebbe accorto dell’errore. L’uomo, dopo avere spiegato a Norris il senso del piano, prima di congedarsi, gli chiede se si ricorda della ragazza che ha incontrato sull’autobus, Elise. Ecco, è bene per tutti che lei non incontri più quella donna. “Qual’è il problema?”, chiede Norris, “È un problema”, dopo di che Norris viene perquisito e gli viene sequestrato il biglietto con il numero di telefono che si era scambiato con la ragazza sull’autobus. “The Adjustment Bureau” è un film dove ritorna preponderante uno dei temi più ancestrali dell’Occidente: c’è una storia scritta, immutevole? Può un uomo cambiare il proprio destino? L’uomo è padrone della sua vita?

Dave Norris torna nel suo ufficio. La sua vita continua. La sua rassegnazione ha ancora il volto del suo giovane pedinatore, che lo incontra in un bar mentre Norris cerca disperatamente di ricordare il numero di Elise e gli spiega che deve dimenticarla. Ci sono nove milioni di persone in città, non la incontrerà mai. È così che deve andare. Passano tre anni.
Dave Norris prende l’autobus, sempre lo stesso, come ogni giorno. Rivede Elise, le corre dietro facendo fermare l’autobus. Tra i due c’è da subito un dialogo seduttivo, lei non è stata chiamata in tutti questi anni, lui si scusa, i due finiscono in un bar a bere qualcosa. Nel frattempo l’ufficio dei guardiani del destino si è già mobilitato, Dave Norris ha nuovamente deviato dal suo piano. Malgrado Norris sia un aspirante politico nulla ci fa ancora presagire alcunché sul fatto che Dave ed Elise non debbano avere a che fare l’uno con l’altra. Che cosa nella loro vita dovrà tenere i loro destini per sempre slegati? Il collega di Dave irrompe nel locale e con una scusa qualunque, in una scena tenuta a vista dai ‘guardiani’, riporta Dave in ufficio. Dave ed Elise, che un attimo prima si stavano per baciare sulla bocca, si lasciano con un freddo bacio sulla guancia. “Siamo ok”, dice il ‘guardiano’, il bacio mancato è segno che tutto va bene. Nei tre anni passati la campagna elettorale si è rimessa in moto, finalmente è giunto il momento per Dave Norris di riprendere la sua scalata alla carica di Governatore dello Stato di New York. Altro giro, altro discorso, girato sotto il ponte di Brooklyn.

La storia, questa volta rivista dalla visuale dei ‘guardiani’, ritorna al punto di partenza, a quando tre anni prima Dave Norris aveva incantato il suo elettorato con un discorso. Sul cellulare di uno dei due guardiani che osservano il discorso compare una scritta “abbiamo di nuovo spostato le prove nel vecchio posto”. Sul cellulare di Elise compare una scritta “torna alle prove”. In questo momento capiamo che Elise era coinvolta nel piano, siamo a metà della storia. Accade ciò che accade in altri racconti di Dick, in “A Scanner Darkly” per fare un esempio, la realtà del racconto e le implicazioni tra i protagonisti vengono poste su livelli che si intersecano scendendo sempre di più nel profondo e il protagonista non è mai consapevole fino alla fine della vicenda di tutto ciò che era stato architettato alle sue spalle. Il protagonista di “A Scanner Darkly” lotta contro qualcosa che alla fine si rivela essere parte integrante di tutto ciò che lo ha convinto a lottare, il nemico e l’amico coincidono, l’elemento negativo e quello positivo sono le facce di una stessa medaglia. Dave alza la testa e vede i guardiani alla finestra, si accorge di essere osservato, vuole andare a “Pier 17″, il luogo dove è scoppiato lo scandalo che tre anni prima gli ha impedito di essere eletto.

In una scena rocambolesca di inseguimento Dave Norris, riesce a distruggere il labirinto creatogli attorno dai guardiani, prende un taxi e riesce finalmente a raggiungere Elise, nel laboratorio di danza dove sta provando. Il controllore più anziano, quando lo raggiunge, si accorge che è troppo tardi, fa ritorno nella centrale dell’Adjustment Bureau. Dave e Elise, innamorati, riescono finalmente a trascorrere un giorno intero insieme, fino alla prima notte d’amore.

L’ascesa di Dave Norris continua, lo vediamo disinvolto mentre risponde all’ennesimo giornalista di una trasmissione elettorale, al termine di un’intervista apre la porta per uscire e si ritrova nello stesso capannone dove i guardiani, la prima volta, lo avevano ‘redarguito’, i guardiani hanno il potere di cambiare la realtà e spostarsi attraverso le porte aprendole nel luogo che preferiscono raggiungere. Questa volta il discorso è più serio. Un uomo, che comanda gli altri guardiani, gli spiega che il ‘libero arbitrio’ è un’invezione fasulla e che per tutto il suo corso la storia si è adeguata a un destino che è scritto, nero su bianco, dall’Impero Romano ai giorni nostri passando per le conquiste e le guerre mondiali; ed è così che dovrebbe fare anche Dave, se lui resterà con Elise non solo perderà queste elezioni, ma non avrà la possibilità di vincere anche le quattro successive che lo porteranno a diventare Presidente. Dave non vuole crederci, e se ci crede non vuole essere una pedina di un destino che non sia frutto completo della sua volontà, e lui ha deciso di stare con Elise, “tutto ciò che ho è frutto di una mia scelta, e io ho scelto lei” è la battuta che si pone al culmine di questa sceneggiatura fatta di dialoghi serrati, cerebrali ma allo stesso tempo fruibili, tesi in una semplicità che di per sé è già un classico. Dave torna da Elise, il guardiano lo segue, “Elise è destinata a diventare la più grande ballerina del paese, se resta con te insegnerà danza nelle scuole”.

Dave Norris si decide a lasciarle percorrere la sua vita da sola. Elise diventa ciò che deve essere, una delle migliori ballerine degli USA. Finché il guardiano più giovane, quello che pedinava Dave all’inizio della pellicola e che oramai ha preso a cuore al sua scelta, si rifa vivo proprio il giorno prima in cui Elise – con un po’ di riluttanza mal celata – deve sposarsi. I due, Dave Norris e il guardiano, vanno in cerca di Elise, per raggiungerla prima che lei decida di sposarsi. Prima delle sequenze finali Dave Norris imparerà a muoversi nei luoghi attraverso le porte, come un guardiano, il tempo stringe e quindi anche lui deve essere messo a conoscenza di queste tecniche. Nel frattempo Elise e il suo futuro marito sono arrivati al municipio. Nella migliore delle tradizioni cinematografiche statunitensi dietro a questo matrimonio anziché l’amore si nasconde l’ottenimento di un passaporto per uno dei due contraenti.

Dave Norris si congeda dall’amico, indossa il cappello tipico dei guardiani, e dallo scantinato della metropolitana di New York, dove ha appreso i segreti dei guardiani del destino, entra in azione; dovrà fare in fretta perché ogni minimo cambiamento del suo piano verrà subito notato dai guardiani. Dave non fa in tempo a entrare nella realtà che i guardiani si mettono subito sulle sue tracce. Dave in questa corsa finale riesce finalmente a raggiungere Elise, i due fuggono insieme attraversando inseguiti diverse porte, finché non si trovano sotto alla Statua della Libertà, dove Dave chiede a Elise se vuole seguirlo, “tutto ciò che deve accadere nella tua vita non accadrà se resti con me”. Elise decide di seguire Dave, apparentemente contro ogni logica e fidandosi di lui. Aperta l’ultima porta i due si trovano in un corridoio, i guardiani leggono sulle loro moleskine il percorso del destino modificato, esclamano “o mio Dio”. Dave e Elise sono riusciti a entrare nella sede centrale dell’“Adjustment Bureau”, inseguiti riescono a scappare salendo in cima al terrazzo. Dove vengono raggiunti dai guardiani. Una volta circondati sono consapevoli che da un momento all’altro potranno essere uccisi, o, nella migliore delle ipotesi, separati per sempre. I due si baciano. Al termine del bacio i due sono soli. I guardiani sono scomparsi. “Credevate che avreste potuto raggiungere il Presidente (The Chairman), e cambiare il vostro destino, non è così che si fa”, dice il guardiano anziano a Dave Norris. Il giovane guardiano entra con un plico, sussurra all’anziano che ci sono novità.
Nessuno ha mai visto il Presidente, che compare sotto diverse forme a diverse persone, questa volta ha deciso di cambiare il ‘piano’, quindi Dave e Elise possono proseguire nella loro vita insieme. Sul taccuino il loro percorso è cambiato. Adesso i loro punti procedono insieme.

Le persone non si accorgono che il libero arbitrio è un dono finché non devono lottare per esso. L’ennesima visione scompare davanti ai nostri occhi. La cosa che ci continuerà ad inquietare, scorrendo le pagine di Philip K. Dick, sarà quel miscuglio di follia ragionevole e raziocinio deragliato, entro i quali ancora oggi si muove il nostro oscuro scrutare.

Luciano Pagano – Musicaos.it
http://twitter.com/lucianopagano

Bibliofilmolibrografia

1_ “Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Enciclopedia dickiana”, di A. Caronia, Domenico Gallo, Agenzia X, Milano, pp. 352, Milano, 2006, ISBN 88-95029-09-7

2_ Luciano Pagano, “Dickipedia. Su Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo”, su Musicaos.it, Anno IV, Numero 26, “Anelli Deboli”, Luglio 2007

3_ Da vedere: “Blade Runner”, “Minority Report”, “A Scanner Darkly”, Da leggere: le opere Philip K. Dick, edite da Fanucci Editore, il libro di Jonathan Lethem edito da Minimum Fax, la vecchia introduzione di Gianni Pilo al volume di Philip K. Dick dal titolo “I difensori della terra”.

[il presente articolo è stato terminato qualche giorno prima dell'uscita nelle sale italiane, l'anno scorso, di The Adjustment Bureau (I guardiani del destino)]

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