“E questa mia assidua diligenza” – Eneide, Virgilio, 1597. Traduzione in ottave.


“E questa mia assidua diligenza in procurare, che dalla Stampa mia eschino opere degne, & meritevoli”

Il punto di partenza era molto semplice, la serie deprecabile di articoli con cui l’organizzazione associazione o che dir si voglia Gerush92 definiva qualche giorno fa Dante antisemita, omofobo, antiislamico. Non ci sono commenti. Chiedono di contestualizzare ogni opera letteraria, quello che potrebbero fare a questo punto è suggerire di fare scorrere un banner/disclaimer durante la lezione di Dante, in qualsiasi istituto di istruzione superiore, qualcosa che suoni tipo “state per ascoltare e leggere un’opera visionaria scritta settecento anni fa, contenente messaggi che vanno contro la nostra ipocrita morale intrisa di politically correct verboso, verbale, verminoso, inutile; ma non vi preoccupate, una volta finito di leggere Dante potrete andare su Internet e partecipare a qualche forum neonazi, oppure iscrivervi a qualche partito che inneggia alla secessione, sarete comunque all’opposizione”.

È proprio con un pensiero a Dante e un altro a Virgilio che mi è venuto in mente come la letteratura resti sempre una spanna la di sopra della mediocrità. Tanto che nel Canto VI dell’Eneide di Virgilio già si parlava di “Italia”. Così mi sono andato a cercare, su internet, una versione dell’Eneide; quella di Annibal Caro la trovate un po’ dovunque; mi sono imbattuto in questa versione, ‘ridotta in ottava rima’ da Ercole Udine, un nobile vissuto tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, e stampata da tale Giovanni Battista Ciotti (Senese) nel 1597.

Ecco il link per leggerla e, se volete, scaricarla gratis in pdf, epub, html, etc.

A tal proposito mi piace trascrivere e mostrarvi l’indicazione dell’Editore:

“E questa mia assidua diligenza in procurare, che dalla Stampa mia eschino opere degne, & meritevoli del vostro giudizio, come è la presente; dandovi anco speranza di dar presto in luce qualche nuovo parto del nobilissimo ingegno di questo medesimo Autore.
Et vivete felici”.

È tutta racchiusa nell’ultima frase dell’editore/stampatore, la gioia (il diletto) che procurava la lettura di un libro sul finire del Cinquecento, “Et vivete felici”, senza satelliti, cinema, radio, smartphone, cordless, ebook, xbox, playstation, nintendo, e tutto ciò che non è il godimento puro procurato dal raccontare in ottave una storia scritta mille e seicento anni prima, da un Mantovano morto in esilio al tempo dell’Impero Romano e tradotta da un nobile che l’ha dedicata a sua volta ai Gonzaga.

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